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Chi non è in grado di intendere e volere, non deve essere condannato dalla giustizia

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Chi non è in grado di intendere e volere, non deve essere condannato dalla giustizia

Dove bisogna fermare la sete di giustizialismo?

La procura ha condannato una persona ricoverata in ospedale, non in grado di intendere e volere per le azioni commesse in stato di malattia, conseguenza di un grave episodio di ictus.

Ricoverato presso una struttura ospedaliera della regione in seguito ad una ischemia, il paziente dimostrava fin dalla prima notte episodi di disorientamento e agitazioni notturne.

All’acuirsi del problema, la notte diventava un incubo per il reparto ma soprattutto per il paziente. In preda a una grave crisi di agitazione psicomotoria, sganciava gli estintori cercando di difendere quella che credeva essere la sua casa mettendo a soqquadro un intero reparto.

Il giorno successivo non si ricordava nulla delle sue azioni, come tipico di questo disturbo, e al racconto delle sue azioni provava un forte senso di vergogna.

Ma la ricerca di giustizia è spesso cieca. La procura, dopo otto mesi, lo accusava di aver deliberatamente provocato danni alla struttura  e, senza prendere in considerazione la storia clinica del paziente, lo condannava a scontare una pena  per i reati di interruzione di servizio pubblico e imbrattamento e deturpamento di cose altrui, con conseguente obbligo a risarcire i danni all’ospedale.

Ma è possibile difendere se stessi e i propri cari che a causa di malattie diventano incapaci di intendere e di volere. Oltre alla grave situazione umana almeno è possibile non subire l’umiliazione di essere condannati per qualcosa che non si è fatto, perché in quei frangenti non si agisce secondo la propria volontà.

l’Avvocato Anna Agrizzi, con il suo consulente di parte Dottoressa Fanzutto Antonia, è riuscita a far giustizia, opponendosi alla condanna, rettificando il lavoro della procura portando alla conoscenza del giudice la storia clinica del paziente e dimostrando che l’unico che aveva subito danni coscientemente era stato il paziente. La sua storia clinica parlava chiaro, inospedale avrebbero dovuto considerare i primi episodi di agitazione e impedire che potesse far del male al prossimo, ma soprattutto a se stesso. Il sistema giuridico avrebbe dovuto ponderare meglio prima di condannare una persona ammalata, umiliandola nel dover giustificare delle azioni su cui non aveva il controllo.

 

 

Per fortuna la giustizia ha trionfato, creando un precedente che sprona a difendere i propri cari da situazioni simili, e la sanità a prevenire meglio tali casi.